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Lombalgia nel Metodo Osteomind

Come già scritto il Metodo OsteoMind nasce dalle mie esperienze personalie lavorative ed è l’unione di più discipline: Osteopatia, Counseling, Mindfulness e Terapia Somato Emozionale.  Oggi voglio parlare della lombalgia e di come il mio metodo agisca sulla risoluzione del problema.      

Per spiegare meglio il tipo di lavoro che svolgo, di seguito racconterò la storia di una persona che si è rivolta a me per una problematica corporea, una lombalgia appunto, e che gentilmente mi ha concesso di raccontare la sua situazione.

Per una questione di privacy la chiamerò Lara.

Il Metodo OsteoMind applicato alla lombalgia

Lara si è presentata nel mio studio con un dolore lombare destro (lombalgia), senza irradiazione all’arto inferiore, accompagnato da un senso di nausea alternato a dolori all’addome.

Dopo avermi raccontato la sue problematiche fisiche passate, ho effettuato una valutazione posturale. Ho così riscontrato che aveva il bacino ruotato, la gabbia toracica più trazionata verso sinistra, e che la sua postura era come tirata in avanti.

Per far prendere maggior consapevolezza ai pazienti del proprio corpo, negli ultimi tempi ho messo a punto un passaggio fondamentale prima di iniziare ciascun trattamento: chiedo ad ognuno di concentrarsi sulla posizione del proprio corpo. In altre parole, mi informo qualora lo avvertano più sbilanciato in avanti o indietro, e/o se percepiscano il peso più sulla gamba sinistra o sulla destra. Terminato il trattamento chiedo loro se notano una differenza rispetto a prima.

Successivamente ho fatto distendere Lara sul lettino ed ho eseguito un’ulteriore valutazione fisica.

Ho iniziato il trattamento sul  DIAFRAMMA, il principale muscolo della respirazione.

Quest’ultimo è situato nella cavità  toracica: quando inspiriamo si abbassa, quando espiriamo torna in posizione. Ha due filamenti, chiamati pilastri, che si attaccano alle vertebre lombari.

Ho utilizzato sia tecniche di mobilizzazione che tecniche fasciali.

In seguito mediante tecniche simili, ho lavora sia lo STOMACO (che è situato nel lato sinistro della gabbia toracica), che sull’INTESTINO. Questo organo si trova nella cavità addominale ed è in media lungo circa 7 metri; è suddiviso in intestino tenue ed intestino crasso o colon. Per semplificare, possiamo dire che l’intestino è ricoperto da una guaina che lo tiene ancorato alla parte posteriore dell’addome e di conseguenza anche alla colonna vertebrale.

L’importanza del messaggio emotivo

Mentre lavoravo queste parti, ho fatto presente a Lara i “MESSAGGI EMOTIVI” che il corpo probabilmente le stava inviando:

  • Quando il dolore si irradia al gluteo e alla gamba (sciatalgia), si parla di paura di andare verso una situazione incerta che ci angoscia.
  • Per quanto riguarda lo stomaco, il messaggio può essere riferito alla capacità di non accettare o non digerire una situazione.
  • Se il dolore interessa invece l’intestino, potrebbe significare il  trattenere una situazione o un’emozione.

Tutte queste sofferenze fisiche, sono direttamente connesse a malesseri inconsci:

  • Svalutazione del proprio ruolo funzionale: non sentirsi adeguati al ruolo che siamo chiamati a svolgere (padre/madre, lavoro, studio….) ruolo che non viviamo come proprio.
  • Svalutazione in relazione al dialogo: non riuscire ad esprimere le proprie emozioni attraverso il dialogo; in questo caso si manifesterà anche sotto forma di problematica a livello mandibolare.
  • Insicurezza sul piano finanziario: timori ansie e paure di non avere sufficiente denaro.
  • Insicurezza sul piano materiale: paura di perdere l’impiego, di non riuscire a pagare i debiti, di non potersi concedere qualcosa che si desidera.

Il trattamento osteopatico correlato allo stato emozionale

Successivamente sono passata al trattamento Cranio-Sacrale, il mio preferito. Si tratta di una manipolazione dolce e non invasiva, che va a lavorare sia sull’osso sacro che sulle ossa del cranio, oltre ad agire in toto sulla colonna vertebrale. Questo permette di mettere il paziente in condizione di rilassamento e consente di instaurare più facilmente un “dialogo terapeutico somato-emozionale”.

Lavorando sull’osso sacro ho sentito la tensione su tutto il bacino. Ho quindi chiesto a Lara di concentrarsi sul tipo di dolore che sentiva, e di provare dargli una “immagine” qualsiasi; l’intento era di metterla in contatto con la sua parte inconscia.

Inizialmente non è stato facile perché le risultava molto difficile, ma dopo alcuni tentativi ha visualizzato una “catena con un grosso lucchetto”.

Le ho chiesto di descrivermi dettagliatamente l’immagine: il colore, la grandezza, la forma, etc. Nel momento in cui l’immagine era nitida nel suo immaginario, le ho chiesto cosa “sentisse”, ovvero, quale sentimento o emozione le suscitasse.

Prendere contatto con le proprie emozioni non è affatto semplice. Molte persone descrivono la sensazione senza realmente sentirla. Per facilitare il processo, solitamente chiedo di partire dalle emozioni di base: gioia, tristezza, rabbia, per poi arrivare alle mille sfaccettature che ne conseguono.

Dopo aver espresso la sua emozione predominante, in questo caso la rabbia, le ho domandato se l’immagine della catena con lucchetto fosse variata.

Lara mi ha risposto che la catena le appariva identica, mentre il lucchetto era diventato più piccolo. Nuovamente le ho chiesto di mettersi in contatto con le sue emozioni e di dirmi se qualcosa era cambiato. Dalla rabbia iniziale era passata alla tristezza associata al sentirsi demoralizzata.

In quel momento ho sentito con la mano che lavorava sul sacro, che le tensioni fisiche si stavano allentando.

Ho pregato Lara di continuare a rimanere in contatto con l’immagine e l’emozione, e insieme abbiamo constatato che con il passare del tempo entrambe variavano.

Successivamente l’ho invitata a spiegarmi se per lei la catena avesse un qualche significato preciso. Dopo un silenzio denso di pensieri, mi ha detto che si sentiva imprigionata in una situazione lavorativa.

Il prestare attenzione alle paroleutilizzate (in questo caso imprigionata), è molto importante per la riformulazione delle domande successive.

A questo punto ho domandato se le andasse di raccontarmi della sua situazione lavorativa, mentre al contempo continuavo a lavorare sia sulla struttura ossea che sull’intestino.

Finito il racconto l’ho pregata nuovamente di chiudere gli occhi e di dirmi se l’immagine della catena era sempre presente, se fosse cambiata, e soprattutto, quali emozioni le procurava.

L’immaginazione utilizzata come strumento di risoluzione al problema della lombalgia

Lara ha confermato che la catena era diventata piccolissima, che il lucchetto non c’era più e che si sentiva più leggera. Adesso  vedeva la sua situazione lavorativa sotto un altro punto di vista, ma cosa più importante, non sentiva più quella morsa alla schiena. La lombalgia era già in remissione.

Ho perciò iniziato a lavorare sulle ossa del cranio, rimanendo entrambe in silenzio. Appena terminato il trattamento ho pregato Lara di rimane ancora un paio di minuti distesa sul lettino.

Quando si è alzata, le ho nuovamente posto la domanda iniziale, cioè come si sentisse a livello fisico. Mi ha risposto che si sentiva più piantata sui piedi.

Rivalutando infatti la sua postura, ho notato che l’appoggio dei piedi era cambiato e che il bacino aveva perso la rotazione iniziale. Adesso si presentava difatti più centrale. Ma ciò che davvero più mi ha colpita, è stato il suo sguardo: non era più perso.

Ogni volta che avvertite un dolore fisico, domandatevi sempre cosa si cela dietro a livello emotivo, e cosa può averlo scatenato. Se state attraversando un momento difficile della vostra vita, potreste vivere una situazione analoga alla lombalgia di Lara e le sue problematiche in ambito lavorativo.

 

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